Mangiare italiano in America

Mangiare italiano in America. Perchè non si puó.

Feast of San Gennaro 2005Torno a parlare di cibo negli States. E specificamente dell’impossibilitá di mangiare italiano qui.

Saró un po’ fissata con l’argomento? Naturalmente si. E se non bastasse sono incinta. 33 settimane e neanche un gelato decente. Se non è tortura questa!

Prima di visitare i ristoranti, rispondiamo alla domanda: si trovano prodotti alimentari italiani negli Stati Uniti? Veramente italiani? Magari importati?

La dura veritá sui prodotti alimentari “italiani” e su quelli “importati”.

Nei supermercati, ed anche in negozi specializzati, si trovano alcune marche “italiane”, che italiane non sono affatto. Hanno nomi che suonano approssimativamente italici, spesso con comici errori grammaticali (succede pure per marche di vestiti e scarpe), ma la cosa puó trarre in inganno giusto gli americani. A noi, gli italiani veri, non ci fregano. O quasi. Se Fiora, Bello Romana (si, con mancata concordanza di genere) o Nonna Gina non ci dicono nulla, sicuramente Barilla, Buitoni o Giovanni Rana potrebbero farci credere di avere trovato una via di salvezza fra le insidiose corsie del supermercato.



Peccato che queste marche abbiano degli stabilimenti in America e usino i prodotti di base locali, che, come abbiamo visto, non sono proprio quelli “giusti”. Peccato che i produttori sappiano che il largo pubblico americano, per dirla palese, non ci capisce una cippalippa in fatto di buon cibo. Peccato pure che le leggi locali in tema di cosa si possa e non si possa mettere negli alimenti, chiaramente prevalgono sul senso italiano del gusto in favore del senso americano del guadagno.

Risultato? Pomodoro in scatola con un livello di aciditá da mettere a dura prova gli stomaci piú coraggiosi (ma dura in eterno, come il latte). Pasta a cottura immediata (la farina usata è a bassissimo costo). Olio di oliva scadente (nessuno verifica da dove provengano le olive e come siano spremute). Vino aspro che garantisce mal di testa al primo bicchiere (uso libero e incontrollato di sulfiti).

Una volta ho osato comprare i ravioli di Giovanni Rana. Ero incinta di poche settimane, capitemi. Mi resta un amaro ricordo di me buttata sul letto in lacrime, tragica come un coro dell’Adelchi, mio marito che mi chiede cosa succede, ed io che piagnucolo:

– I’ve poisoned our babyyyyy!!!!!

Tanto stavo male.

Ho pure scritto a Giovanni Rana Italia e Giovanni Rana USA. Non mi hanno mai risposto.

Alcuni prodotti sono veramente importati e pertanto sono veramente buoni. Costano un occhio della testa e naturalmente la scelta è limitata causa rischio deperimento rapido e leggi sull’importazione. Si possono trovare: parmigiano, prosciutto di Parma, pasta De Cecco (l’unica che si rifiuta di produrre secondo gli scadenti standard locali!) senza troppa difficoltá. Ricerche piú accurate possono essere premiate con vero gorgonzola, paste di mandorle siciliane, alcuni salumi tipici. La lista si chiude qui, almeno in Florida. Alcune fonti riportano che in altre zone, per esempio a New York, dove esiste una vasta comunitá italiana, alla forte domanda corrisponda maggiore disponibilitá di prodotti tipici.

Tuttavia, quando si parla di “comunitá italiana” a me viene sempre un dubbio. Ricordate il mio vecchio post sul tema? Si fa presto a dire “italiano”. C’è un’intera sedicente gastronomia italiana che nessuno di noi riconoscerebbe mai.

Un tour nei ristoranti italiani in America.

Il mio adorabile marito ancora ci prova. Mi dice:

– Amore, hanno aperto un nuovo posto, si chiama “Zio Giuseppe”. Vuoi andare a mangiare italiano?

Ed a me parte la colonna sonora dei Rolling Stones che cantano “I can’t get no satisfaction”.

I ristoranti italiani in America sono una realtá a se stante. Sono l’ibrido risultato di maleinterpretazioni culturali, compromessi commerciali e pure invenzioni.

Spesso i proprietari sono veri italiani che presto hanno dovuto arrendersi alla mancanza di materia prima ed alle pressioni dei clienti. Nei posti che vogliono assumere toni da accogliente trattoria, si trovano sempre delle oscene tovaglie a quadretti bianchi e rossi. E’ lo stile, ció che crea l’ambiente giusto. A completare la scena, in genere c’è un sottofondo musicale di Andrea Bocelli o Jimmy Fontana o, nel migliore dei casi, mandolini napoletani.

E cosa si trova nei menu tipici di questi posticini tradizionali? Innanzitutto, non appena seduti, si riceve un piattino con un impiastro contenente olio, aceto balsamico e parmigiano grattugiato. oil dipQuesto, si presume, è l’intingolo in cui ogni italiano inzuppa il suo pane mentre attende le prelibatezze dello chef. A voi risulta? Nemmeno a me. L’americano non puó fare a meno delle salse. Ce le ha nel DNA. Quindi, per venire a patti con una cucina che ne è fondamentalmente priva, se le inventa.

Fra gli antipasti, si suggerisce sempre una piccola soup du jour. In francese? Si, dai, è quasi la stessa cosa, dopotutto. Potrebbe essere una zuppa di granchio o un minestrone. Nel minestrone, vi avviso, galleggerá della pasta che è rimasta lì in cottura lo stesso tempo necessario per i fagioli, quindi minimo un’oretta. Altro irrinunciabile antipasto tipico sono le meatballs, ovvero le polpette. Della dimensione di una palla da bocce, con aglio a sufficienza per attraversare la Romania senza paura, e accompagnate da una salsa al pomodoro densissima ed una cucchiaiata di ricotta (sapete giá che ricotta). Volete andare proprio sul tipico? Non ci sono dubbi. Iniziate con una Caesar Salad. Tutti sanno che gli italiani mangiano l’insalata come antipasto, no? Quindi indulgete in questo piatto a base di lattuga, pollo alla griglia, scaglie di parmigiano e litri di vinaigrette. Io ho vissuto i miei primi 23 anni di vita senza aver mai sentito parlare della Caesar Salad; ovvero finchè non sono andata in Inghilterra.

spaghetti meatballs

Spaghetti meatballs e garlic bread

Passiamo ai primi. Sicuramente troverete almeno un piatto di linguini (si, con la “i”, che mi fa incazzare da morire) Alfredo. Dai, Alfredo… Alfredo chi? Boh. Pare sia quello che ha inventato la pasta burro e parmigiano. Alternativa: alla bolognese. Nel migliore dei casi, oltre all’abuso di aglio, scoprirete che la tendenza è cuocere molto brevemente. Quindi pezzi di cipolla e carote croccanti e carne macinata appena scottata saranno all’ordine del giorno. La salsa marinara equivarrebbe al nostro pomodoro semplice. Anche qui, aglio a go-go. Si trovano spesso le penne alla vodka; cosa abbiano di tipico, io lo ignoro. Spaghetti meatballs, come è facile intuire, sono spaghetti serviti con polpette. Lotto dal primo momento per diffondere la consapevolezza che da noi le polpette sono un secondo. Ma gli americani mi guardano sconcertati, sorridono, credono che io scherzi. Credono che io non capisca nulla di cucina italiana vera. Siete curiosi di assaggiare la pasta con broccoli rabe e salsiccia? Io vi dico solo: non fatelo, non fatelo, non fatelo. Idem con le lasagne. Contengono la letale ricotta e potrebbero essere servite con un contorno di patatine fritte.

Chicken parm

Chicken parmigiana con pasta.

Ma entriamo nel cuore dell’abominio con i secondi piatti. La parmigiana. Non solo la parmigiana di melanzane è un insulto grave a tutte le nostre nonne e mamme. Ma la parmesan qui ha tante varianti quante la vostra mente mai potrebbe concepirne. La piú tipica, quella che viene considerata un piatto italiano per eccellenza, è la chicken parmesan. Cotolette di pollo fritto, disposte a strati in una teglia, ricoperte di salsa al pomodoro, mozzarella e chissá che altro.

Non vi fa tanto schifo? Beh, allora procedete pure con la versione shrimp parmesan, gamberi panati e fritti, anche questi poi gratinati con pomodoro e formaggio. E si, per loro sbattere parmigiano e mozzarella su qualsiasi cosa, garantisce la riuscita di un piatto italiano. Questo concetto vale anche per il pesto. Il pesto si puó trovare: spalmato sulla caprese, spesso insieme allo sciroppo di aceto balsamico, sbattuto sull’insalata o, densissimo, a decorare costose bruschette (leggi: bruscette). Chiaramente poi tutti conosciamo la famosa picatta, che per qualche ragione si legge piccata, una specie di scaloppina con limone e capperi, generalmente di pollo. Qui si mangia molto piú pollame che da noi. Chicken parmesan, chicken picatta, chicken saltimbocca, chicken fra diavolo, chicken in tutte le salse, è onnipresente nei menu dei ristoranti italiani in America. Se vi orientate sul pesce, troverete calamari fritti e gamberi alla sambuca. Oppure pesci locali, che di italiano non hanno nulla, ma almeno sono freschi. Ricordatevi solo di non farvici mettere sopra l’immancabile spolverata di parmigiano.

Locali un po’ piú eleganti mancano della tovaglia a quadretti. Infatti, spesso mancano della tovaglia e basta. I menu rimangono sostanzialmente gli stessi, con in piú un certo numero di piatti presumibilmente greci, francesi e spagnoli (mai trovate le empanadas alle sagre di paese? Nemmeno io).

Infine la pizza. Offesa, maltrattata, vilipesa e tradita. La pizza negli States si riduce a due stili fondamentali. La New York e la Chicago. La prima è mediamente sottile e molto croccante. La seconda altissima e soffice come una brioche.

Pizza Chicago style

Pizza Chicago style

E che ci si mette sopra? Molto spesso pepperoni. No, non la verdura, una specie di abominevole salame. Oppure un simil prosciutto cotto e ananas, la celebre pizza Hawaii, che giá è una contraddizione in termini. Certo, per restare sul classico, potete sempre trovare salvezza in una pizza meatballs.

Dopo infinite peregrinazioni, io ho trovato una pizzeria decente a due miglia da casa. I proprietari si sono fatti inviare il forno a legna da Napoli. E pare che anche la farina sia importata dall’Italia. Si chiama Scuola Vecchia, se mai vi trovaste a passare per Delray Beach in preda ad astinenza da pizza.

Una volta, mentre cenavo qui, ho sentito un cliente chiedere un garlic dip. Una salsina all’aglio. La cameriera, il cui inglese non era proprio perfetto, ha fatto un po’ fatica a capire e poi a spiegare che la pizza non si intinge, in nulla, meno che mai in una salsa all’aglio. Il cliente si è arrabbiato. Molto.

– Are you trying to school me about how to eat my pizza?!

Beh, si. Direi di si. Oppure vai da Pizza Hut dall’altra parte della strada e non rompere le palle.

Jessica

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