“Vado a vivere in America” – Le piccole sfide quotidiane – Parte prima

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Vivere in America. Eh, si… Chi ha seriamente pensato a trasferirsi in un altro paese, si sará fatto, immagino, molte domande su se e come potrá adattarsi a vivere tanto lontano da casa. Lasciare la famiglia, gli amici, tutto ció che conosciamo e a cui siamo abituati. Sono temi grandi e assolutamente personali.

Ma ció in cui spero di potervi aiutare, o per lo meno intrattenere, sono invece piccoli, risibili (ma non sempre) fatterelli quotidiani che riguardano l’adattamento in un paese straniero e che di solito si tende a non considerare. Si arriva sulle ignote coste e si scopre che….

Suddivideró questo argomento in due o tre post, aggiungendo alcuni punti per volta. Certi giorni me ne vengono in mente molti.

Vivere in America:

Piccole frustrazioni quotidiane.

Le unitá di misura.

– Amore, quanti gradi ci sono domani?

– 88.

– Eh?!?!?!

– 31 Celsius, piú o meno.

Ah. Fin qui niente di invalidante. In fondo, se vivi in Florida, il concetto si riduce a “fa caldo” oppure “fa molto caldo”. celsius farenheitLa situazione si complica quando ad esempio devi cucinare. Io campo con l’iPhone alla mano: il convertitore mi dice che 300 gr di farina sono esattamente 10.58 ounces, 150 ml di latte 5.07 oz e 180 gradi centigradi 356 fahrenheit. E al proposito di peso, provate a salire sulla bilancia e a ritrovarvi da 60 Kg a 133 pounds. Dico, sará che sono donna, ma a me suona proprio male. E la lista continua: altezza, taglia, scarpe. Così tante le cose di uso quotidiano che necessitano di unitá di misura. Bentornati bambini. All’inizio ho cercato di elaborare equivalenze nel mio cervelletto poco matematico. Ma alla fine mi sono arresa: il mio orologio ha base 24 ore e non 12, il mio navigatore è impostato in chilometri e non in miglia, non ho mai capito che taglia porto e naturalmente, molto spesso, sono una disadattata. Ma sappiate almeno che la polvere bianca sul mio iPhone non è cocaina.

E poi ci sono interruttori, prese di corrente, voltaggio, maniglie delle porte, infissi, rubinetti… la lista sarebbe lunga. Non sono ancora in grado di manovrare autonomamente la finestra; e l’assenza di porte blindate mi disturba alquanto. La gente qui lascia le porte aperte. Davvero. Io ho sempre il terrore di ritrovarmi Charlie Manson in soggiorno.

Il cibo.

E…. su questo scriveró un post intero del cibo in america.

Il cambio automatico (e altri fatti sulle strade).

Da noi è un lusso o uno sfizio. Qui è la regola. Lo dico senza mezzi termini: gli americani con la leva del cambio non sanno cosa farci. Cavernicoli con la clava. Vi ricordate la scena in Pretty Woman? Uguale. Personalmente il cambio automatico mi da la sensazione di guidare un grosso giocattolo. Non trovo pace con la mano destra, sento che dovrei farci qualcosa (e i gesti agli altri automobilisti in genere non sono contemplati). E mi sento sempre un po’ inquieta, mi sembra di non avere il completo controllo del mezzo. Ma gli americani, grandi paladini della sicurezza, (in cose che a noi non verrebbero mai in mente, tipo scrivere sul bicchiere del caffè: “attenzione, è molto caldo”), hanno compiuto studi accurati e possono provare che il cambio automatico sia piú sicuro. E probabilmente, qui, lo  è. E sapete perchè? Perchè lo stile di guida locale porta ad estrema distrazione. Le strade sono immense, rettilinee, sembra impossibile che un incidente possa mai avvenire. Si tende a rilassarsi. Da noi ci sono stradine strette e spesso manca la segnaletica orizzontale: qui ogni auto ha un piccolo vano bibita, perchè necessariamente ci si dedica ad altre attivitá come mangiare e bere mentre si è alla guida. Certo, bere alcoolici è proibito. Ma il famoso caffè bollente è del tutto comune…

r10_11t_no_right_turn_on_redAlcune regole stradali sono diverse: si puó sempre girare a destra con il semaforo rosso, a meno che non ci sia scritto espressamente il contrario, mentre agli incroci a raso la precedenza non va necessariamente data a destra bensì… ecco questa non l’ho mai capita, ammetto. Ne parleró al mio esame di guida.

E non credete che le strade siano prive di soggetti pericolosi. In Florida io metterei in cima alla lista i tassisti di Haiti. Ecco, ora qualcuno verrá a dirmi che sono razzista. Ma fatto è, costoro guidano invariabilmente come se fossero da soli sulla strada. Giuro. Li ho osservati a lungo. A seguire, gli ubriachi, e nonostante le dure campagne contro il DUI (driving under influence) nelle umide notti a Fort Lauderdale e Miami ce ne sono parecchi. Infine c’è il fattore varietá. Se avete guidato in diverse cittá in Italia, avrete notato che lo stile non è esattamente lo stesso. Io ho guidato a lungo a Pistoia, Messina/Catania e Roma. So cosa posso fare o non fare in ciascuno di questi posti. So cosa ogni altro automobilista potrebbe fare e presumibilmente non fare mai. E mi adatto. Ma la Florida attira perone da ogni parte del paese. Arrivano da Buffalo, Portland, Minneapolis, anche dal Canada, in alta stagione e tutti hanno la propria idea su come si debba guidare. E per noi poveri residenti è il caos.

Il cibo.

Ops. L’ho giá menzionato? Ma come si puo’ “eat like an Italian” in America?

La mancanza di ironia.

Non la loro. La mia. Avete mai pensato a quanto spesso il nostro senso dell’umorismo sia legato a riferimenti culturali? Barzellette su Totti o sui carabinieri, ma anche semplici citazioni. Per esempio “E io paaaaaaaago!” in una pallida imitazione di accento napoletano. Tutti sanno che dietro c’è il grande Toto’ in 47 morto che parla. Provate a farlo qui: “And I paaaay!” Non puó funzionare. La battuta, se si deve spiegare, non fa piú ridere. D’altra parte io non capisco le loro. Non ho mica visto tutti gli episodi di Seinfeld. Infatti so che molti di voi stanno pensando “Se… che?”
Ora, uno potrebbe credere che una soluzione per portare un po’ di ilaritá a una tavola internazionale, sia quella di fare umorismo internazionale. Che so. Scozzesi tirchi e Svizzeri precisini. Attenzione, attenzione. Io vi avviso. In primo luogo, gli stereotipi comunemente noti da noi non sempre corrispondono a quelli noti qui. In secondo luogo, ma molto piú importante, non c’è qui la minima elasticitá quando si tratta di scherzare su razze, religioni, genere e tipizzazioni varie. Non fa ridere nessuno. La cosa viene presa molto sul serio, punto. Capiamoci: io non sono una sostenitrice di battute scorrette. Figuriamoci. Ma so che in Italia, ad esempio, le migliori  barzellette sui gay, me le hanno raccontate i miei amici gay. In un certo contesto, ovvio, con dei limiti, assolutamente ovvio. Qui la tolleranza è zero. Vai poi a spiegare che non volevi essere offensivo.
Una volta, in vacanza in Grecia, una coppia di giapponesi mi ha chiesto di fargli una foto davanti al tempio di Zeus. Mentre scattavo, ho visto con la coda dell’occhio mio marito che puntava la nostra macchina fotografica verso di me. Quando ho finito gli ho chiesto:

– Hai fatto una foto di me che scattavo una foto ai giapponesi?
E lui, tutto all’improvviso teso:
– Sssssssssssssssssshhhhhhhhhhhhhhh…………..!!!!!!!
– Che c’è, che ho detto?
– Non puoi dire giapponesi, devi dire quella coppia.
– Si, certo, quella coppia di giapponesi.
– Ssssssssssssssssssshhhhhhhhhhhhhhhh…………..!!!!!!!!!
Capito come?

Il prossimo articolo: parte seconda, la patente

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